Figli del vulcano

Scatti dal reportage fotografico di Antonio Ferraroni sull’isola di Java.

Festival della Fotografia Etica. Lodi. 2018.

​Figli del vulcano. Quando il lavoro uccide.

Sull’isola di Java, in Indonesia, da oltre 40 anni circa 400 minatori si calano ogni giorno tra i fumi tossici del vulcano attivo Ljen per estrarre lo zolfo da una grande miniera all’interno del cratere.

Il lavoro disumano tra gas nocivi ed esalazioni asfissianti, il volto scuro e fuligginoso dei minatori con la loro vita destinata in media a non andare oltre i 50 anni, la polvere e il sudore; insomma, sembra di sentirseli addosso. Ferraroni racconta anche la resistenza dei minatori alla costruzione di una teleferica che potrebbe trasferire più velocemente le lastre di zolfo da una parte all’altra risparmiando un po’ la fatica. Eppure loro preferiscono lavorare a 6 euro al giorno in queste condizioni perché ciò comporta una paga superiore alla media che consente di avere più garanzie sulla sopravvivenza dei propri figli.

La storia dei minatori di Java non finisce qui; come in tante altre situazioni è un gatto che si morde la coda. Una volta consegnato il materiale, questo viene caricato su grossi camion e trasportato in raffineria. Qui, altri lavoratori, in un capannone fatiscente, scaricano le lastre di zolfo che vengono riscaldate da fuoco vivo e poi raffinato. Gli addetti alla raffinazione, come i minatori, lavorano senza alcuna protezione inalando le esalazioni dello zolfo liquido che riversano dalle vasche in una serie di contenitori che funzionano da filtro.

 

 


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